La Fine degli Ebrei - Intervista a Adam Mansbach
(Articolo pubblicato su Alias)
Milano, libreria Cento Fiori, presentazione del libro La Fine degli Ebrei edito da Minimum Fax. Adam Mansbach, autore del romanzo, è impegnato in una conversazione con Frankie Hi NRG, uno degli esponenti più noti della scena rap italiana. Ma per quale ragione un romanziere statunitense e un rapper italiano si trovano a confronto? Poiché il nuovo libro di Adam Mansbach, sebbene tratti di temi e personaggi vissuti ben prima della nascita della cultura Hip Hop, può essere considerato a tutti gli effetti un romanzo Hip Hop per le tecniche di realizzazione utilizzate, prese in prestito dalle tecniche di mixaggio dei DJ. La pubblicazione del romanzo e il tour promozionale sono la ragione per l’ideazione di una serie di incontri che si propongono di analizzare i temi principali affrontati dall’autore - estro creativo, amore, rapporto tra identità personale e tradizione – nonché il processo creativo utilizzato, che si colloca all’incrocio fra scrittura e musica. Così come all’incrocio tra scrittura e musica si trovano le vite dei protagonisti, i Brodsky. Parliamo, infatti, di una saga familiare che si dipana attraverso le esperienze di tre generazioni di artisti, tutti cresciuti nella tradizione ebraica ma stregati dalla cultura afroamericana, una cultura che lo stesso autore definisce così complessa da potersi considerare metafora per tutta l’umanità.
Come l’hip hop ha influito nel processo creativo e di scrittura?
L’hip-hop è senz’altro una grande influenza, per l’idea di democrazia intellettuale perseguita attraverso il collage, e con ciò intendo che il materiale di partenza viene valutato solo in base al sound e mai in base al contesto. Non metti sul piatto un brutto pezzo di James Brown solo perché è James Brown, e non tieni fuori un bello stacco di batteria solo perché l’hai trovato in un disco dei Monkees, o in uno del Mickey Mouse Club (tanto per citare due elementi sorprendenti del DNA sonico dell’hip-hop). Certo, l’hip-hop non è la sola realtà culturale a basarsi sulla scienza del pastiche, dell’intreccio e giustapposizione di elementi eterogenei. Di unico l’hip-hop ha quel particolare piacere che offre la combinazione di elementi, e il rapporto fra ciò che nascondiamo e ciò che riveliamo; i DJ della prima era dell’hip-hop staccavano dai loro vinili le etichette, perché nessuno potesse scoprire i pezzi che usavano. Ma allo stesso tempo molto del piacere ci viene dalla comprensione dei singoli elementi e del modo in cui vengono manipolati. Credo che l’hip-hop, per chi lo studia seriamente, offra un buon punto di partenza per riflessioni di più ampio respiro, aiuti a trovare connessioni che i confini di tempo e contesto spesso nascondono. Dal punto di vista della struttura è la somma di tutta la musica che l’ha preceduto, nel senso che ogni cosa mai registrata può esser campionata e messa sui piatti. E l’attività del DJ implica una manipolazione della storia in senso letterale: i dischi sono artefatti pensati come prodotti finiti: la genialità dell’hip-hop sta nell’idea di arrogarsi il diritto di lasciare le proprie impronte digitali sulla storia tutta – isolando il momento in cui ti dice qualcosa, estrapolandolo dal suo contesto, dal posto che ha nella storia, per dargliene un altro.
Quale può esser l’impatto della letteratura hip hop?
Come romanziere, è importante scrivere libri che parlino di e per la mia generazione nei modi più sofisticati e complessi: per fare giustizia alle nostre storie e alla nostra estetica. Tutto ciò che deve esser detto può esser sintetizzato in una canzone della durata di 4 minuti o in un pezzo spoken word di ancora minor durata. A volte però, abbiamo bisogno di più spazio/tempo e un romanzo offre le stesse possibilità di composizione, collage, mix, molteplicità di voci su cui è costruita la cultura hip hop. E’ importante applicare l’estetica hip hop a forme espressive che possono avvantaggiarsene – reinventare il romanzo e anche permettere al romanzo di reinventare lo storytelling alla base dell’hip hop. L’idea del romanzo hip hop diviene più interessante quando forma e contenuto divergono, come succede nel mio romanzo, La fine degli ebrei. La maggior parte dei fatti nel libro accadono prima che l’hip hop fosse inventato e quasi a nessuno dei personaggi interessa qualcosa di questa cultura, eppure è un romanzo hip hop per il modo in cui è stato scritto e/o perché l’ha scritto un amante di questa cultura.
Per la tua esperienza, cosa significa essere un bianco all’interno della cultura hip hop?
L’hip hop è stata la prima forma d’espressione artistica ad offrirmi degli strumenti e un linguaggio per comprendere e oppormi alla supremazia bianca. Negli anni ottanta primi anni novanta, l’hip hop espresso da gruppi come i Public Enemy, Boogie Down Production o X-clan era un’affermazione esplicita contro l’ingiustizia, la brutalità poliziesca e l’educazione eurocentrica proposta dal sistema scolastico USA. L’essere un bianco all’interno della cultura hip hop ha rappresentato per molti giovani della mia generazione un elemento di confronto: uno spazio all’interno del quale il colore della pelle non era un vantaggio e dove acquisire conoscenza sulla storia dello sfruttamento dell’arte nera da parte dell’America bianca. Ho imparato da subito però a distinguere tra il ‘politico’ e il ‘personale’. Se a livello politico i bianchi erano causa dello sfruttamento, della repressione, di una diseducazione eurocentrica - dunque da condannare - a livello personale invece, i bianchi che dimostravano rispetto, skill e una politica progressista, erano accettati come parte di quella lotta che si opponeva all’oppressione della gente di colore in America. L’hip hop rappresenta uno dei pochi spazi di dibattito in cui i bianchi hanno imparato a comprendere lo stato di privilegio in cui sono stati educati.
Ne La Fine degli Ebrei, due esponenti dei Brodsky, appartenenti a generazioni differenti, condividono la medesima passione per la cultura nera. Che differenza c’è tra estetica jazz e hip hop?
Nella loro essenza, l’estetica di hip hop e quella jazz sono molto più simili di quanto si possa pensare: entrambe si basano su dinamiche di gruppo, sull’improvvisazione, e sulla ricontestualizzazione degli strumenti e delle fonti. Entrambe le forme espressive sono state create in contesti urbani, con importanti risvolti sociali per l’intera comunità. Si basano sul giusto rapporto tra eccellenza individuale e coerenza di gruppo. Da giovane cresciuto con l’hip hop, la scoperta della musica jazz alle superiori ha rappresentato per me uno spazio di libertà. Potevo evadere dai 4/4 dell’hip hop, dalla struttura rigida della sua poetica. Pochi comprendono quanto siano formalizzate le quattro forme espressive hip hop: la routine di un Bboy, la realizzazione di un beat, di una rima, di un pezzo, sono elementi di un framework concettuale di cui gli artisti devono conoscere bene gli ambiti per poter improvvisare.
Come le due forme musicali, jazz e hip hop, si rapportano rispetto alle tematiche di razza?
Al giorno d’oggi, tutta la critica e il furore morale si riversano sull’hip hop, unico elemento a garantire visibilità mediatica per la gente di colore in America. Il jazz ha affrontato le medesime critiche quando era considerato una forma di corruzione per la gioventù nera, e non solo. E’ importante evidenziare tutto ciò quando si analizza e comprende il razzismo strisciante che accompagna le critiche nei confronti dell’hip hop – critiche che accusano i teenager di colore di aver contrabbandato violenza, sessismo e materialismo nella società statunitense attraverso la musica quando la storia di questo paese è costruita proprio su questi elementi – poiché abbiamo già testimoniato questo atteggiamento molte volte in passato. L’hip hop è il campo di battaglia odierno, il luogo dove si concentrano tutte le discussioni sui temi di razza. E non certo perché l’hip hop parli esplicitamente di questi temi - come invece succedeva 20 anni or sono quando i Public Enemy, Boogie Down Production, Queen Latifah, X-Clan, Brand Nubian, Ice Cube scrivevano testi infuocati. Al giorno d’oggi, la missione è mantenere viva la storia della cultura hip hop: fare in modo che i giovani imparino che l’hip hop è nato come forma di resistenza, come risposta alla povertà, alla disoccupazione, al razzismo, alla marginalizzazione, alle politiche d’abbandono e di repressione. E’ importante riconnettersi a quello spirito originario affinché l’hip hop possa continuare ad avere questa forte rilevanza nella nostra società.











