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DJ Kool Herc: the Father of Hip Hop Culture

5 June 2009 No Comment

kool herc(Articolo pubblicato su Alias)

Il luogo: il salone dei congressi di Riccione. L’evento: l’mchiphopcontest, un contest di danza hip hop organizzato da Cruisin. L’ospite: il leggendario padre della cultura Hip Hop, DJ Kool Herc. E’ passata da poco la mezzanotte, l’eccitazione dei giovani che sono in attesa, un migliaio circa, è palpabile. Kool Herc si mette ai piatti, seleziona alcuni 45 giri e lascia cadere la puntina sul vinile che aprirà il suo DJ set, The Mexican di Babe Ruth. Il pubblico è in visibilio e una nuova energia sembra fuoriuscire da quei corpi impegnati in passi di danza strabilianti e dimostrazioni di stile. Il pubblico vede Bboy di prima generazione così come giovanissimi, che da poco si sono appassionati a questa danza, esibirsi all’interno dello stesso cypher - cerchio. Vecchia e nuova scuola insieme per celebrare la leggenda. Kool Herc è considerato un’icona da migliaia di giovani in tutto il mondo, l’originatore del movimento culturale più importante del nostro tempo, la figura mitica che provocò un’esplosione culturale che ha investito migliaia di giovani di tutto il pianeta. D’origine giamaicana, trasferitosi molto giovane nel Bronx, Clive Campbell cercò di integrarsi nel nuovo ambiente, che si rivelò presto ostile e pericoloso. Attraverso il writing prima, il DJing successivamente, Kool Herc si creò una nuova identità che da lì a breve avrebbe plasmato la vita sociale e musicale del tempo. Primo sperimentatore della musica break beat, Herc inventò un nuovo stile musicale prolungando il break di oscuri pezzi funk o dance afro-latini e suonando due copie dello stesso disco, trasformando cinque secondi di percussione e ritmo in cinque minuti di fuoco per tutti i Bboy che lo seguivano fedelmente festa dopo festa.

Dal 1973 al 1977, la figura di Kool Herc dominò il Bronx. Così il DJ ricorda quegli anni:

u.net: Com’è stata la transizione da Kingston a New York e che importanza ha avuto la musica in questo processo?

Kool Herc: Il processo di americanizzazione è iniziato quando ancora vivevo in Giamaica, attraverso la televisione e la musica. Mia madre lavorava come infermiera a New York e mi spediva i dischi così come mio padre, lavorando al porto, era in grado di farmi arrivare le ultime novità d’importazione. Il mio cantante preferito era James Brown. Suonavo spesso i suoi dischi, fu lui a darmi l’ispirazione. Certo una volta trasferitomi a New York realizzai che quelli non erano gli Stati Uniti che avevo imparato a conoscere. Faceva freddo, c’era povertà e violenza e le persone dormivano una sopra l’altra. C’erano gang e violenza ovunque. In quel nuovo ambiente, l’aiuto principale per la mia integrazione arrivò sempre dalla musica, dalle frequenze e dalla selezione della WBSL o della WWRL, dalla voce di DJ quali Cousin Brucie e Wolfman Jack, dagli house party e dalle feste danzanti dei First Fridays nel Bronx.

u.net: In che occasione hai suonato per la prima volta a una festa?

Kool Herc: La leggenda intorno alla figura di Kool Herc è nata quando mia sorella Cindy decise di fare una festa per racimolare i soldi per rifarsi il guardaroba in previsione dell’inizio della scuola. Mi chiese di esser io il DJ. Utilizzammo l’impianto di mio padre, mia madre si occupava della vendita del beveraggio e mi chiese di occuparmi della musica. Era l’estate del 1983, nella sala comunitaria di un complesso popolare situato al 1520 di Segdwick Ave. Mia sorella e io preparammo tutti i flyer a mano, erano tutti diversi dagli altri, alcuni personalizzati. La gente conosceva il nome Kool Herc perché da tempo mi dedicavo al writing ma nessuno sapeva a chi corrispondesse quel soprannome.

u.net: La ricerca di una nuova identità nel Bronx di quegli anni ti ha portato a scegliere un nome d’arte che rispecchiasse il nuovo percorso; come e perché hai scelto Kool Herc?

Kool Herc: La maggior parte della gente crede che abbia scelto questo nome quando ho iniziato a fare il DJ, invece il mio nome d’arte nasce per via della mia immersione nel writing. Nell’estate del 1970, Taki183 era un mito per i giovani di New York City, la sua tag era ovunque. Come migliaia di altri adolescenti, alcuni amici e io iniziammo a disseminare il quartiere con le nostre tag. Il mio amico Richard diventò UNCLE RICH, Jerome YOGI e io, Clive CLYDE AS KOOL. Per la parte KOOL ho preso ispirazione da una pubblicità di sigarette che trasmettevano in quel periodo. Poi a causa della mia forza fisica e della potenza con cui schiacciavo a canestro i miei compagni di scuola iniziarono a chiamarmi con soprannomi più svariati: Lerch, Macistes e Hercules. Nel quartiere spiegai ai miei amici che a scuola mi chiamavano Hercules. La cosa non mi faceva impazzire di gioia così riflettei su quale avrebbe potuto esser il diminutivo… Herc! Mi piaceva; era un nome originale. Così abbandonai il nome Clyde e iniziai a esser chiamato ovunque KOOL HERC.

u.net: Così a quella festa il mistero dietro alla figura di Kool Herc venne rivelato…

Kool Herc: La sera della festa, la gente si presentò curiosa di scoprire chi fosse quel Kool Herc. Inutile dire che soddisfai tutte le aspettative; c’erano belle ragazze, ottima musica e nessuno che combinava casini. Io non suonavo neanche nella sala dove la gente ballava, ero in uno stanzino lì a fianco e ogni tanto mi affacciavo per vedere come andavano le cose e chi stesse dandosi da fare nel dancefloor. Mi piaceva salutare e dare il giusto rispetto ad alcuni dei presenti e così dicevo i loro nomi al microfono. Dicevo frasi tipo: There goes my mellow Coke La Rock in the house – Ecco il mio amico Coke La Rock nella sala, All’epoca suonare due volte parti dello stesso disco e parlare al microfono non erano elementi molto diffusi.

u.net: Da lì a breve una nuova stagione di party avrebbe sostituito in parte la violenza delle gang e ridato una nuova speranza a una generazione che sembrava destinata all’abbandono; come ricordi quei giorni?

Kool Herc: In quel periodo il livello di violenza era molto alto, le gang terrorizzavano tutti, compresi locali e discoteche. Non si organizzavano più neanche gli house party per paura che si presentassero in casa dei malintenzionati. Ai giovani non era data alcuna possibilità per socializzare e divertirsi, c’era solo la strada. Portavo rispetto per molti membri delle gang e ne ricevevo sempre. Non ho mai avuto problemi. Molti erano amici d’infanzia o compagni di scuola. C’erano i Savage Skulls, i Glory Stompers, i Blue Diamond, i Black Cats e i Black Spades. Suonavo la musica che amavano, quando si presentavano ai miei party. Li salutavo al microfono. Non ebbi mai problemi né nelle feste nei locali né in quelle all’aperto nei parchi.

u.net: Quando hai portato le tue feste all’aperto?

Kool Herc: A un certo punto il centro comunitario iniziò a esser davvero troppo piccolo, la maggior parte della gente passava il tempo in strada così decidemmo di provare a fare una festa in un parco. Fare una jam all’aperto è una cosa straordinaria perché suoni non solo per i giovani ma per l’intera comunità. Non c’è stata mai una festa di Kool Herc in un parco che non abbia salutato l’alba con centinaia di giovani ancora infervorati nel ballo. Non ho mai fatto una jam perché avevo voglia di suonare, è sempre stata la gente a chiedermelo. Ovunque andassi la gente mi chiedeva informazioni sulla festa successiva. E’ sempre stata una scelta della comunità, suonavo quando capivo che c’era una forte esigenza. E’ stata la mia comunità a farmi diventare la leggenda che sono ma non importa quanto potessi esser popolare all’epoca, sono sempre stato nel mio quartiere alla portata di tutti. In questo modo avevo sempre il polso della situazione.

u.net: Sei stato l’ispirazione per la nuova generazione di DJ che avrebbero dominato il Bronx da lì a breve; nessuno di quei DJ pensò mai di sfidarti?

Kool Herc: La competizione tra i vari DJ era altissima, ma nessuno voleva realmente sfidarmi poiché ero una leggenda. Kool Herc, gli Herculords, la mia crew, e un impianto potentissimo erano abbastanza per tenere alla larga gli altri DJ. E’ come se fossero dei miei discepoli. Dalla mia prospettiva era come se avessi seminato e ora mi apprestassi a guardar sbocciare quelle piante.

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