C’è un momento, leggendo Flyboy in the Buttermilk, in cui capisci che Greg Tate non sta semplicemente scrivendo di cultura nera americana: la sta remixando in tempo reale, come un DJ che prende teoria, strada, jazz e filosofia e li incastra senza chiedere permesso a nessuno. Il risultato non è un discorso lineare ma una superficie in continua vibrazione, dove il suono di ogni frase è curato tanto quanto il suo messaggio.
Uscito nel 1992, il libro raccoglie saggi scritti per il Village Voice durante gli anni Ottanta, quando Tate si muoveva dentro un cortocircuito continuo: da una parte il bagaglio accademico e il pensiero radicale, dall’altra il desiderio di restare agganciato al battito della strada. È proprio in questa frizione che nasce la sua lingua critica, capace di tenere insieme nazionalismo culturale nero e post-strutturalismo senza mai irrigidirsi in definizioni di “autenticità”. In queste pagine, ogni frase sembra voler imporre il proprio ritmo tanto quanto il proprio significato. L’Hip Hop, ma anche il jazz elettrico, il rock, l’arte visiva, diventano territori attraversabili, non recinti identitari.
Figura iconica di questo universo è Miles Davis, paradigma dell’artista che assorbe e rilancia, che prende Stockhausen e lo fa suonare bad to the bone. Per Tate, è lì che si gioca la partita: nella capacità della cultura nera di essere “né una cosa né l’altra”, di sfuggire sia allo stereotipo dell’istinto puro sia alle buone maniere della cultura alta bianca. È quello che lui legge nella tradizione del signifyin’, pratica di mascheramento e riuso, arma estetica prima ancora che retorica.
Ma il vero campo di battaglia è lo stile. Tate scrive come se Bootsy Collins gli stesse dettando il ritmo: slang, neologismi, scarti improvvisi, una prosa che a tratti respinge e a tratti ipnotizza. Quando funziona, e spesso funziona, le sue pagine hanno un’energia rara nella critica musicale. Non spiegano soltanto: performano. Anche quando inciampa in qualche rigidità iniziale, per esempio nel giudicare l’elettronica come “anti-Black”, si vede già il movimento che lo porterà oltre, verso una visione più porosa e mutante.
I saggi migliori sono quelli in cui la musica diventa cosmologia. Il Miles elettrico, soprattutto, viene raccontato come un territorio ancora in gran parte inesplorato: suoni che si comportano come particelle, composizioni che sembrano graffiti sonori, materia viva più che repertorio. Tate non pretende di esaurirlo, e proprio lì sta la sua intelligenza critica: mappare senza chiudere, suggerire senza addomesticare.
Accanto alla musica, scorrono Basquiat, Delany, DeLillo, e un’intera costellazione di figure che condividono la stessa attitudine ibrida. Flyboy in the Buttermilk finisce così per essere meno una raccolta di saggi che un atlante in movimento, dove la cultura nera dell’epoca appariva per quello che era: instabile, contaminata, radicalmente inventiva.
Un libro che non si limita a leggere l’Hip Hop e i suoi dintorni, ma ne adotta il metodo. E che, ancora oggi, suona profetico.