Grass is Greener

Grass is Greener

Incontri/«Grass Is Greener», il debutto alla regia di Fab Five Freddy, è un documentario sulla legalizzazione della cannabis. Il graffitista e conduttore tv coinvolge anche altri artisti e fa il punto sull’oscuro rapporto degli Stati Uniti con la ganja. 

All’inizio degli anni ’80, Fab Five Freddy è una figura centrale della scena underground newyorchese. Contribuisce a diffondere la popolarità del graffitti writing portando quel movimento culturale dai margini della società, dalle carrozze della metropolitana di New York al centro del mondo, alle pareti delle gallerie internazionali più alla moda.
Insieme a Charlie Ahearn realizza Wild Style, il primo film a cristallizzare quel momento di innocenza, creatività e entusiasmo propri di quella cultura nata a Uptown. Non solo, qualche anno più tardi, come conduttore del programma televisivo musicale Yo! Mtv Raps, è responsabile di aver portato il rap a un pubblico che altrimenti difficilmente sarebbe stato esposto a quel sound. Oggi con il suo nuovo documentario Grass Is Greener intende attrarre segmenti sempre più ampi di popolazione alla causa della legalizzazione della cannabis.
Erba. Marijuana. Ganja. In qualunque modo la si voglia chiamare, la relazione degli Usa con la cannabis è sempre stata alquanto complicata. Nel suo debutto alla regia, Fab Five Freddy offre una prospettiva e un percorso d’analisi unici sulla componente etnica della guerra alla droga. Snoop Dogg, B-Real dei Cypress Hill e Damian Marley si uniscono a una serie di celebrità e esperti per discutere non solo dell’impatto della pianta sulla musica e sulla cultura popolare, ma anche di quello – devastante – che queste politiche hanno avuto sulle comunità nere e latine. Mentre sempre più Stati si uniscono al movimento per la legalizzazione, L’erba del vicino (titolo della versione italiana) mette in evidenza le profonde disparità etniche che sembrano caratterizzare anche il nascente mercato della industria della cannabis legale. Abbiamo sentito Fab Five Freddy.
Quando ti è venuta l’idea di realizzare un documentario di questo tipo?
L’idea è nata durante una conversazione con un amico californiano che lavora da decenni nel mercato clandestino della cannabis. Mi raccontava di come avesse cercato di investire nella nascente industria della cannabis legale, venendone invece escluso per colpa di alcune condanne precedenti. Per aggirare l’ostacolo ha aperto una società di consulenza, 40Acres&aGreenhouse. Il nome rimanda al periodo successivo alla Guerra Civile, quando ai neri furono promessi 40 acri e un mulo come forma di «riparazione» per la schiavitù. Sperava che quel nome avrebbe aperto un ampio dibattito sul tema dell’esclusione dei neri da questo business. Quella conversazione, avvenuta alla fine del 2016, ha acceso il mio interesse e in quel momento è nata l’idea di realizzare un documentario che raccontasse questa storia. Netflix si è dimostrato subito interessato a investire nel progetto e così nell’autunno 2017 è iniziata la lavorazione del documentario.
La marijuana è un’erba conosciuta e utilizzata per numerosi scopi sin dall’antichità, da dove nasce la sua criminalizzazione e una «Guerra alla droga» con tali caratteristiche?
Per questa storia c’è un colpevole e il suo nome è Anslinger, direttore del Bureau of narcotics dai primi anni Trenta fino alla metà degli anni ’50. Nel giro di pochi anni, creò campagne di disinformazione, inventando vere e proprie fake news che scatenarono negli Usa una sorta di isteria collettiva nei confronti della cannabis, una pianta che, fino a qualche mese prima, egli stesso aveva pubblicamente dichiarato non esser affatto pericolosa. Decise di utilizzare il termine marijuana per associarla alle pratiche degli immigrati messicani, dandole implicitamente una valenza negativa. Sin dall’inizio, il bersaglio dei suoi attacchi furono i messicani, i neri, insieme a musicisti jazz e artisti. Non è un caso che uno dei luoghi più colpiti dalla repressione fu New Orleans, città da sempre associata alla scena jazz. A dar man forte alla criminalizzazione promossa da Anslinger arrivarono sul mercato anche una serie di film che ebbero una fortissima presa sul pubblico; pellicole come Referee Madness, Assassin Of Youth e Devils Harvest contribuirono alla demonizzazione della cannabis, stigmatizzandola come «gateway drug», ovvero come punto d’accesso all’utilizzo di droghe pesanti.
Quando hai pensato di poter parlare della criminalizzazione della cannabis attraverso la musica?
La musica è da sempre l’arma scelta degli artisti per cantare il loro amore per la cannabis, dall’era del jazz fino all’hip-hop dei nostri giorni. È stata proprio la musica a contribuire alla popolarità della marijuana. Pensa di esser in un locale dell’epoca e mettere un nickel nel jukebox per ascoltare The Reefer Man di Cab Calloway o You’re a Viper (The Reefer Song) di Fats Waller. Il messaggio di questi pezzi era che l’erba è cool. E fu proprio quando il potere di aggregazione dell’erba avvicinò neri e bianchi (in particolare i bianchi si avvicinarono a Harlem per sperimentare questa rivoluzione culturale) che iniziò a attirare l’attenzione e l’ira dei razzisti. In questo periodo – e proprio per opporsi a tutto ciò – iniziò la criminalizzazione di questa pianta che ha visto le comunità nere venir colpite in modo duro.
La storia raccontata da B-Real è affascinante così come è importante il libro di Jack Herer.
Sono stato tra i primi a far esibire in televisione Snoop e i Cypress Hill a livello nazionale grazie a Yo! Mtv Raps. Ci conosciamo da molti anni e sono un fan della loro musica, ma intervistare B-Real per il documentario e ascoltarlo raccontare come il concept del gruppo fosse nato da un’idea di DJ Muggs che propose loro di diventare un gruppo che potesse rappresentare un mix tra i Run-DMC e Cheech & Chong, due attori che negli anni Settanta hanno realizzato dei film molto divertenti e popolari sulla cannabis. Quell’idea piacque molto ai due MC e quando B-Real lesse il libro The Emperor wears no Clothes di Jack Herer (uno dei primi libri a denunciare le menzogne delle campagne anti marijuana e il razzismo alla base delle scelte politiche di Anslinger, ndr), decisero di diventare attivisti pro-cannabis. Jack Herer è stato il primo a creare una narrativa di segno opposto rispetto a quella ufficiale; questi musicisti hanno accettato di fare la stessa cosa e di denunciare quelle menzogne attraverso le loro canzoni.
La legalizzazione della marijuana quali cambiamenti porterà a livello legislativo?
Negli Usa gli stati più progressisti come California, Colorado, Massachusetts e altri ancora hanno reso legale la marijuana e ora si stanno muovendo per riformare leggi che annullino una serie di condanne inflitte a causa della «Guerra alla droga». Credo sia un must per qualsiasi politico onesto impegnarsi per eliminare le ingiustizie del passato creando leggi ad hoc e mettendo in libertà migliaia di giovani incarcerati per reati non violenti. A San Francisco, per esempio, sono stati rivisti i casi di quasi 30mila individui, la maggior parte dei quali conclusi con il rilascio. Il New Jersey si sta muovendo in questa direzione. A New York l’utilizzo e il possesso di cannabis sono stati decriminalizzati e ora si cerca di creare una legislazione che possa rimettere in libertà migliaia di giovani. Non avrei mai pensato di venir invitato ad Albany per parlare del problema con politici nazionali e amministratori locali impegnati a riscriverne la legislazione. Ci sono sforzi simili in molti altri stati nel tentativo di eliminare il razzismo alla base di questi arresti e riportare la giustizia sociale.
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