Bomb Da City

Bomb Da City

Breve contributo scritto per la pubblicazione Rebel Writing Operation, volume indipendente pubblicato dal CS Cantiere.

“Tra gli elementi associati alla cultura hip hop, il graffiti writing è di sicuro il più antiestablishment, quello che maggiormente esprime un senso di ribellione allo status quo. In quei giorni, ci intrufolavamo nella linea metropolitana e dipingevamo sui treni, gli autobus e i muri senza tregua. La maggior parte dei nostri pezzi erano realmente politici: era come fare un dito medio a Margaret Thatcher e al suo governo. Eravamo spietati, sfrontati, selvaggi, indisciplinati: bombardavamo qualsiasi superficie. Esprimevamo il nostro dissenso alla politica thatcheriana anche solo scrivendo il nostro nome ovunque. Eravamo perfettamente coscienti di ciò che facevamo e bombardare la città era il nostro modo di esprimere opposizione”.

Colui che parla è Bunny Bread, writer e dj, pioniere della scena hip hop londinese. I suoi ricordi rimandano alla fine degli anni Settanta e ai primi anni Ottanta, periodo di forte recessione per l’economia inglese. Anni difficili caratterizzati da duri scontri etnici e sociali e dalla marginalizzazione crescente delle comunità di colore. Proprio in quel periodo i diversi elementi associati alla cultura hip hop iniziarono a contagiare, con le loro potenzialità rivoluzionarie, migliaia di giovani che individuarono in quelle forme espressive il mezzo per costruirsi un’identità individuale e collettiva. E – come afferma Bunny Bread – la componente visuale, effettivamente la più immediata ed esplicita, venne utilizzata come un’arma per colpire la sensibilità di tutti coloro che ne fossero esposti.

Facendo un balzo temporale all’America dei primi anni ‘70 è evidente come l’hip hop, e nello specifico il writing, rappresentassero consciamente o meno un ribellione allo status quo. Sorto in un contesto postindustriale, dalle promesse non mantenute del Movimento dei diritti civili e dalle incredibili condizioni di povertà dei ghetti urbani statunitensi, l’hip hop si è imposto come rimedio per alleviare la sofferenza dei soprusi di ogni giorno. Come il blues, l’hip hop è la voce della strada, di tutti coloro che non hanno accesso alle istituzioni e ai saperi. Citando Popmaster Fabel, “la gente che vive in condizioni di oppressione è sempre alla ricerca di una cura per alleviare i propri mali, e per noi quella medicina era l’espressione culturale”.

Come afferma Hugo Martinez, studente di sociologia, attivista comunitario e fondatore nel 1972 della prima associazione di writer, la United Graffiti Artists, “Il writing è un modo per ottenere visibilità in una società dove il possesso materiale è espressione dell’identità individuale”. Una sorta di logica della colonizzazione al contrario, un virus diffuso dalle migliaia di senza volto e senza voce che popolavano il fondo della società. Da cura e forma d’espressione individuale ad affermazione politica nel corso degli anni ‘80: Lee Quinones, leggendario writer e protagonista di Wild Style, fu tra i primi a bombardare New York con pezzi esplicitamente contro la guerra e contro il nucleare.

Molti giovani in tutto il pianeta hanno compreso questo spirito di resistenza e sono rimasti affascinati dalla capacità di rispondere con attacchi creativi piuttosto che soccombere alla durezza del quotidiano. Il writing è diventato la forma espressiva preferita da migliaia di giovani immigrati, delle minoranze etniche, dei giovani delle favelas, dei ragazzi mediorientali così come di quelli delle banlieues. È un mezzo con il quale si possono esprimere sentimenti e frustrazioni in modo diretto, senza mediazioni. I muri parlano, l’aria è intrisa di messaggi che ispirano e rafforzano la comunità. Il writing è una forma d’arte senza prezzo, farne parte non costa niente, e continua a essere un’occasione di confronto, espressione, dibattito e ribellione per i giovani, liberi da qualsiasi controllo.

Nata nel South Bronx, questa infezione creativa dello spirito si è diffusa al mondo intero.