Posted on

Tracce Trent’anni fa usciva «The Score», disco manifesto del trio afroamericano. Un album in cui ogni canzone diventa un vero atto politico, un ponte tra esperienza individuale e storia collettiva

«Io, profugo da Guantánamo/mi muovo sui confini come Cassius Clay sul ring». Quando Pras scrive queste liriche in Ready or Not non sta cercando solo una rima efficace, sta compiendo un atto di sabotaggio culturale, trasformando il rifugiato da individuo stigmatizzato a protagonista della propria storia. Il confine qui smette di essere un limite e diventa un ring; attraversarlo è un gesto di forza, una forma di combattimento. Il campionamento di Boadicea di Enya, sottratto al suo alone etereo e trascinato nel ghetto di East Orange nel New Jersey, è il suono di questa trasformazione: un loop fantasma che accompagna la clandestinità nei corridoi invisibili della globalizzazione. Questa postura radicale non è una finzione scenica. Fin dai tempi del debutto Blunted on Reality (1994), Wyclef Jean, Pras Michel e Ms. Lauryn Hill avevano scelto di chiamarsi Fugees, abbreviazione di refugees, proprio per raccontare se stessi come parte di una diaspora prodotta dalla storia. È da questa prospettiva che, nel 1996, pubblicano The Score: un album che fa della soggettività migrante e diasporica un atto sonoro e politico, dove ogni beat, rima e silenzio diventa frontiera attraversata e spazio reclamato.

CONTINUA A LEGGERE L’ARTTICOLO QUI

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *